Alla volta di Kintamani (seconda parte)

Alla volta di Kintamani (seconda parte)
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Quasi d’improvviso veniamo inghiottiti dalla verde foresta, sempre guidati da una sdrucciolevole striscia d’asfalto che si snoda sinuosa tra la fitta vegetazione. Tra un tornante e l’altro s’aprono, a destra e a manca, vallate di maestosa capienza, dove talvolta la mano agricola dell’uomo ha intaccato la verginità della natura, cangiando a suo piacimento il volto della terra. Sorgono dal nulla, come fosse per volere divino, le decine di templi e costruzioni induiste che notiamo lungo il percorso. Si tratta di gruppetti di edifici con una struttura simile tra loro, costituiti da casupole decorate, dei baldacchini in pietra ornati talora con stoffe, con il tetto spiovente, in paglia o tegole. Ce ne sono anche al nostro arrivo alla piantagione: templi solidi, eterni, con le loro guglie, i loro intagli dorati, quasi a vegliare sulle piante di caffè, che crescono all’ombra degli aranceti. I rami dal fusto sottile sembrano soffrire sotto il peso di un carico di arance tanto generoso. Spinti più da golosa curiosità che dalla compassione per l’affanno dell’albero, approfittiamo dei doni ricchi e succosi che esso ci concede. Ai suoi piedi la pianta del caffè, con quel suo intenso verde scuro, contrasta con il giallo-arancio acceso dei frutti degli alberi. Frutti che il caffè che vediamo non ha già più: il raccolto già portato a termine ci toglie la soddisfazione dello spettacolo di piante traboccanti di ciliegie. Appena un raggio di sole si fa largo tra le nuvole, le tonde arance, colpite dalla luce tropicale, esprimono un giallo accecante, mentre le oscure foglie del caffè, si illuminano e brillano di un verde vivace, riscoprendo venature e contorni dorati. La pianta di caffè, recisa all’altezza di poco più di un metro appare dunque come il basso e corpulento figlio illegittimo di una madre alta sui tre metri, magra, scheletrica e terribilmente fragile.

A completare la scena un villaggio che conta qualche casetta, un paio di galli e un cane che zampetta qua e là incuriosito della nostra inedita presenza. La sensazione è quella di giungere per primi a visitare una coltivazione di indigeni, dove il nostro ruolo sembra essere quello di pacifici conquistadores che sbarcano per esplorare un mondo molto diverso dal loro, diciamo lontano cent’anni o poco più. La conferma giunge dal saluto timido e senz’altro un po’ diffidente di una bambinetta che vive lì, in una casupola in mezzo alla polvere, a due passi dalle piante di caffè. Ciò che però colpisce di più la nostra attenzione, fin da quando siamo giunti nei pressi della piantagione, si trova ai nostri piedi. Ogni superficie disponibile viene utilizzata per distendere e far essiccare il caffè: dominano, per superficie coperta, i chicchi ancora avvolti nel pergamino che hanno assunto ormai una colorazione beige. Essi sono adagiati sia su reti metalliche, grazie a strutture in legno di forma rettangolare che li mantengono a qualche centimetro di distanza dall’umidità del terreno, sia su estesi teloni neri. Altri chicchi hanno invece un contatto diretto col caldo cemento, pronti ad essere rimescolati con le apposite pale di legno. Qualche metro più in là, dobbiamo chinarci per ammirare da vicino degli eleganti tappeti di bacche evidentemente raccolte non troppo tempo fa, dove si mescolano, contemplando tutte le gradazioni intermedie, frutti verdi, rossi e marrone. Completano la composizione foglie e rametti clandestini. Divisi con un’asta di legno dai frutti freschi, sempre stesi a terra giacciono quelli ormai secchi, color nero-prugna. A testimonianza del fatto che ogni centimetro di superficie piana viene sfruttata per adagiare il caffè, viene persino chiamato in causa un tempietto, che ospita, sulle strutture in pietra poste su entrambi i lati della scalinata d’ingresso, frutti freschi da una parte e secchi dall’altra. Se questi ultimi due stadi ci raccontano la lavorazione a secco, per avere prova di quella a umido dobbiamo avvicinarci ad una piccola vasca, quasi un corridoio poco profondo di piastrelle, dove avviene il lavaggio. A pochi passi troviamo sia sacchi ricolmi di ciliegie, sia bacche per la maggior parte spolpate, stese al sole.

Non poteva mancare, accanto ad un’attenta osservazione delle prime fasi di lavorazione del caffè, una valutazione della qualità del prodotto finito. E’ stato dunque intrapreso il classico rito dell’assaggio alla brasiliana, al quale si sono prestati alcuni dei presenti. Il loro compito era dare un valore numerico ai diversi parametri del caffè, che prendevano in considerazione le caratteristiche olfattive e organolettiche della bevanda. Il caffè viene riposto in tazze capienti, portato alla bocca con un cucchiaio e risucchiato con forza. Solo con questo metodo testato, l’assaggiatore è in grado di percepire tutte le sfumature del gusto.

Conclusa la visita alla piantagione, faremo rotta verso sud, mescolando già nei nostri pensieri il ricordo dei sapori e degli odori del caffè e dell’arancio. Addio Kintamani.

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scritto il 19 novembre 2007 e pubblicato sul numero di novembre 07 del “Notiziario Torrefattori” del Gruppo Triveneto

Massimo Petronio

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