Se il ritmo di vita nel traffico è infernale, nei luoghi pubblici o nei negozi regnano una calma e una tranquillità a tratti disarmante. La lentezza è forse dettata dalla stancante umidità delle giornate più calde. Spesso mi è capitato di vedere persone rannicchiate o sedute, assopite in posizioni apparentemente scomode, sfruttando l’ombra di un albero o una colonna. A pari merito, infatti, con i paesaggi visti, nella mia ideale classifica di gradimento, si piazzano i volti della gente. O meglio, il popolo indonesiano in generale, di cui considero emblematica l’incomprensibile parlata locale. Incomprensibilità che non scompare neanche quando tentano di comunicare con te in lingua inglese. Una sonorità e una cadenza rapida e melodica, quella dell’idioma indonesiano. Sentirli parlare fra loro da la netta impressione che si raccontino barzellette a vicenda. Non si scherza però quando si tratta di religione. La nostra prima sveglia a Jakarta, il 13 settembre, è coincisa con l’inizio del ramadan, mese chiave per i musulmani, che onorano un digiuno dall’alba al tramonto. Anche se in Indonesia l’Islam non è religione di stato, la maggioranza della popolazione appartiene alla fede musulmana. Per questo motivo a pranzo le cucine dei ristornanti lavoravano quasi esclusivamente per noi.
Torniamo però ai personaggi caratteristici del posto. I venditori locali sono di gran lunga i migliori nel loro genere. I prezzi scritti sulla merce esposta sono fittizi, ed è il negoziante stesso che lo precisa immediatamente appena ti soffermi ad osservare con più attenzione un suo oggetto. Per trattare il prezzo, preso atto della comune ignoranza linguistica, si usa scambiarsi la calcolatrice sulla quale, a turno, si scrive un valore in rupie fino a che le parti si incontrano trovando un accordo sul prezzo. Un escamotage simpatico e divertente che nasconde però un imminente e sicura fregatura. Riserbano altrettanti inganni gli insistenti inviti a provare ogni loro specialità culinaria, accomunata dall’audace piccante, spesso insopportabile per i nostri palati mediterranei. D’altronde non si può non lasciarsi tentare dalla loro cucina tradizionale, ricca di sapori forti, di gusti taglienti ma allo stesso tempo raffinati.
Usciamo ora dai ristoranti e dai negozi, usciamo dalle caotiche città e proiettiamoci verso i mondi vergini circostanti, dove due sono i colori, uno per occhio, che non si possono dimenticare. Da una parte il verde della foresta tropicale, con le sue infinite sfumature, dalle risaie, alle palme, alle piante di caffè ( non potevo non citarlo almeno per una volta nel giornale dei torrefattori). Un verde che non trovi qui da noi, perché quello là è il verde, il verde “vero” degno di questa parola. Poi c’è il blu dell’oceano indiano, tanto intenso e ricco che è un peccato venga definito da sole tre lettere, ne meriterebbe molte di più. È tanto sfuggente questo blu indiano che in un attimo di distrazione lo ritrovi infranto sugli scogli dove è già diventato bianca risacca. Prima accarezzi con gli occhi l’evanescente spuma sulla cresta dell’onda, poi insegui fino agli ultimi istanti la vita di quella nobile increspatura prima che si schianti, come vuole il suo destino, sulla roccia già bagnata dalla precedente compagna.
Un finale. È sempre difficile scrivere un degno finale, soprattutto se nelle righe precedenti al posto di un intreccio ci sono una serie di impressioni più o meno lineari. Quindi se ho iniziato con le impressioni, concluderò con le impressioni. Due sono le immagini che voglio serbare più a lungo della mia Indonesia. La prima è una figura maschile, la seconda una femminile. Andiamo a ricercare nella memoria la prima, un adolescente in un magazzino di caffè, periferia di Palembang. Il suo compito, insieme ad una decina di altri ragazzi, tutti dalla corporatura esile, è caricare i sacchi di caffè sul camion. Uno alla volta, col peso sulla spalla, salgono una trave di legno che fa da rampa verso il mezzo. Per contare i sacchi già caricati, ognuno di loro, durante la faticosa salita, deve trovare il tempo di gettare un bastoncino in un cesto posto a terra. Uno dei ragazzi, forse spinto dall’incitamento dei compagni, forse esaltato dalla presenza degli occidentali, raddoppia il già pesante bagaglio facendosi carico di due sacchi. Tra le risate divertite degli altri ragazzi e i nostri sguardi stupiti e preoccupati da tanto inutile zelo, il giovane operaio raggiunge barcollando il camion e ripone i sacchi.
Per ritrovare la seconda figura è necessario fermarsi una mattina al semaforo di una trafficata strada di Surabaya. Lei, forse neanche quarantenne, quando la luce si fa rossa, vende il quotidiano locale ai conducenti in attesa del verde. Con un braccio porta il pesante pacco di giornali, legati tra loro dallo spago, nell’altro grava un fardello non meno pesante: un docile bambinetto avvolto in una sottile copertina sta dormendo come un angioletto tra i fumi del gas di scarico. La donna mi vede. Sto seduto sul pullman. Dapprima sorride, poi mi offre il quotidiano con un gesto. Rifiuto imbarazzato con un sorriso. Sorride anche lei. Luce verde.
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scritto il 28 settembre 2007 e pubblicato sul numero di novembre 07 del “Notiziario Torrefattori” del Gruppo Triveneto
Massimo Petronio
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