Questo è il racconto di un viaggio. La storia di un europeo che lascia l’Italia alla volta del Sud-est asiatico e raggiunge l’Indonesia. La storia del suo primo volo verso un continente lontano, verso ciò che scoprirà essere un mondo tanto diverso dal suo. Al ritorno nel proprio paese, il viaggiatore porta dentro di sé una profonda confusione, non quella provocata dal jetlag, né quella causata dal caldo tropicale che per giorni ha soffocato il suo respiro. È una nuvola di ricordi che si addensa nella sua mente, un turbinio di immagini che affollano i suoi pensieri. Tutto ciò che il nostro protagonista ha visto, egli ha tentato invano di fotografare, di rinchiudere a doppia mandata nel cassetto dei ricordi. Ma troppi, davvero troppi, erano gli spunti che il viaggiatore otteneva ove volgeva lo sguardo. Come un animale incuriosito tasta e annusa con entusiasta circospezione un nuovo habitat, così il protagonista della nostra storia ha provato a catturare, a respirare l’Indonesia, nei paesaggi, nella gente, in un volto, in un sorriso. Sempre con le antenne diritte per captare ciò che lo circonda, nella speranza poi, un giorno, di rivivere con gli occhi quell’istante di vita autoctona, quei lampi di esistenze indigene.
Quel viaggiatore sono io, studente ventunenne, a raccontarvi la mia esperienza di viaggio extraeuropeo con la delegazione italiana del caffè.
Mi è accaduto di scontrarmi fatalmente con una realtà a me prima sconosciuta. Un impatto violento contro il muro delle diversità, degli squilibri di un paese dove, all’ombra degli imponenti e luccicanti grattacieli di vetro, scricchiolano le fatiscenti baracche in legno e crollano gli instabili tetti di lamiera. Sono rimasto “piacevolmente” scottato e ustionato dal calore di un popolo che regala sorrisi spontanei e ampi saluti a noi visitatori dall’ovest. Ho scorto un’inattesa allegria brillare negli occhi di un bambinetto che scorazzava tra le casupole a piedi nudi nell’immondizia. Perché è questa l’Indonesia, almeno dei grandi centri. In mezzo al traffico cittadino, nonostante l’inquinamento e i rifiuti, è un paese radioso, schietto, socievole, semplicemente aperto. Aperto a ciò che di buono e di male il mondo occidentale sta portando.
Percorrere in pullman quattro luoghi tanto diversi (Jakarta, Palembang, Surabaya e Bali), mi ha permesso di osservare molto di più di quanto avrei potuto fare senza un mezzo a disposizione. A destra e a manca c’era sempre un particolare da inseguire con lo sguardo, sentivo me stesso catturato da un inedito stato di euforia. Incollato al finestrino, ero preso da una sorta di ossessione: non dovevo perdermi nulla di ciò che mi si offriva agli occhi. In un paese così distante esiste il rischio di non poter fare più ritorno, perché in futuro potrebbero semplicemente mancare le occasioni.
Avendo trascorso molto tempo a bordo del pullman non ho potuto fare a meno di notare lo stile di guida indonesiano. Si circola all’inglese, a sinistra, anche se non ci giurerei. Ho visto sorpassi frequenti da ambo i lati, perfino fuori dalla carreggiata. Il traffico è un clacson continuo, ma non c’è cattiveria, si tratta solo di avvertire gli altri conducenti di un pericolo, vale a dire sempre. Tra buche, salti, semafori rossi non rispettati, migliaia di motorini che sbucano ovunque, cani in mezzo alla strada, posso considerarmi un miracolato se non ho assistito ad alcun incidente. Il problema più grave per chi circola, soprattutto in motorino, è però lo smog. Ma anche per questo gli abitanti hanno trovato una soluzione che fa accapponare la pelle a chi oggi in Italia discute di Euro4 e di Euro5. Bardati stile banditi western con bandana a coprire naso e bocca, gli accorti motociclisti sfrecciano per le arterie del centro sperando di giungere a destinazione prima che i gas risultino a loro fatali. Per risparmiare benzina, che comunque costa molto meno che da noi, ( la vendono persino ai bordi della strada in bottiglie di vetro da mezzo e da un litro), si viaggia più numerosi possibile sul due ruote. Padre alla guida, due figli e madre con neonato in braccio. Continua a leggere…
scritto il 28 settembre 2007 e pubblicato sul numero di novembre 07 del “Notiziario Torrefattori” del Gruppo Triveneto
Massimo Petronio
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