Quando la caffettiera era uno status symbol

Quando la caffettiera era uno status symbol
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Oggi è uno dei beni di uso quotidiano per eccellenza. Ma c’è stato un tempo in cui sorseggiare un caffè era un lusso elitario, un privilegio racchiuso nei salotti europei più in vista. Allora le preziose caffettiere con cui veniva preparato, esposte orgogliosamente negli ambienti in cui venivano accolti gli ospiti, divennero una sorta di status symbol. Non tutti se le potevano permettere. Tanto meno gli esemplari di inizio Ottocento che si possono ammirare visitando la mostra “Trieste Città del Caffè” del Museo Commerciale di Trieste, che oggi, sabato 9 ottobre, è aperto eccezionalmente tutto il giorno con orario continuato in occasione della Barcolana, la famosa regata velica simbolo della città.

Le caffettiere ottocentesche, come si potrà immaginare, erano ben diverse da quelle a cui siamo abituati. Nell’ambito della mostra, si possono scoprire tre diversi modelli riconducibili a un medesimo sistema “a sifoni”: quelli napieriani, in onore dell’ingegnere James Napier che li progettò, quelli “a bilanciamento”, e ancora gli elaborati trenini di Toselli. Caffettiere trenino, queste ultime, estremamente elaborate e personalizzate: al posto del macchinista c’era spazio per una zuccheriera e a ogni “convoglio” veniva dato un nome di donna diverso.

Il meccanismo con cui funzionavano, descritto sinteticamente nel video da Gianni Pistrini, curatore della mostra, produceva una bevanda molto diversa dall’espresso dei nostri giorni. Molto liquida innanzitutto. E poi realizzata con caffè tostato, pestato e bollito. Una bevanda che nei testi del Seicento e Settecento veniva descritta come tonica ed energetica, usata per alleviare determinate disfunzioni dell’organismo. Bevanda preparata con un prodotto che veniva da lontano e in tal senso in produzione limitata, tanto che solo la nobiltà poteva beneficiarne.

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