Er caffettiere filosofo

Er caffettiere filosofo
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“L’ommini de sto monno sò l’istesso che vaghi de caffè ner macinino c’uno prima, uno doppo, e un’antro appresso, tutti quanti però vanno a un distino.” Così ricorda Gioachino Belli nel suo “Er caffettiere filosofo”.

Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo figlio di Gaudenzio Belli e Luigia Mazio nasce a Roma il 7 settembre 1791. La famiglia di lontana origine marchigiana emigra a Roma nel XVII secolo. Gioachino scriverà poesie prevalentemente in dialetto. Si tratta della produzione più corposa di poesia dialettale italiana dell’Ottocento. In termini linguistici un documento sulle mille possibili articolazioni del romanesco.

In una introduzione ai suoi sonetti scrive: “Non casta, non pia talvolta, sebbene devota e superstiziosa, apparirà la materia e la forma: ma il popolo è questo e questo io ricopio.” Coi suoi versi dipinge schizzi di vita quotidiana, racconta brevi aneddoti, denuncia e mette alla berlina una società ipocrita. Muore nel 1863 disponendo nel testamento che tutte le sue opere vengano bruciate, ma il figlio non volle rispettare la volontà paterna.

Il caffettiere filosofo

L’ommini de sto monno sò l’istesso
Che vaghi de caffè ner macinino:
C’uno prima, uno doppo, e un’antro appresso,
Tutti quanti però vanno a un distino.
Spesso muteno sito, e caccia spesso
Er vago grosso er vago piccinino,
E ss’incarzeno tutti in zu l’ingresso
Der ferro che li sfraggne in porverino.
E l’ommini accusì viveno ar monno
Misticati pe mano de la sorte
Che sse li gira tutti in tonno in tonno;
E movennose oggnuno, o ppiano, o fforte,
Senza capillo mai caleno a fonno
Pe cascà ne la gola de la morte.


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